Sicurezza

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205 gli ettari di campagna fagocitati dall’asfalto, 178 le proprietà espropriate, 13 gli edifici rurali da abbattere, 15 i sottopassi, due le aree di servizio, un casello, una barriera di esazione. Questi i numeri di un’opera che, a prescindere dall’idea che ognuno si è fatto al riguardo, rappresenta per Chiari la più importante modifica al sistema dei trasporti dall’inaugurazione della ferrovia Treviglio – Rovato del 1878 ad oggi. Un evento che non può essere ridotto ai soli aspetti viabilistici: un’altra certezza è che l’economia, la società e l’ambiente della nostra Città non saranno più gli stessi. Sembra aleggiare una nebbia di entusiasmo attorno all’autostrada Brebemi e alla parallela linea ferroviaria ad alta velocità TAV; non sia però che questa nebbia nasconda agli occhi dei clarensi i seri problemi cui stiamo andando incontro. Perché questa è la realtà: a fronte di continue garanzie in merito ai vantaggi per l’economia locale, poco-nulla è stato fatto ed è in previsione per proteggere la Chiari che conosciamo da questi stravolgimenti.

Consumo del territorio e difesa della campagna
Parlare di Brebemi e TAV limitandosi ai soli tracciati autostradale e ferroviario è inesatto: ad essi vanno aggiunti le opere connesse o compensative (variante alla SP17, tangenziale nord di collegamento via Brescia – via Cologne, Variante alla tangenziale Urago – Travagliato SP BS 11) e le opere in qualche modo figlie di Brebemi come il Polo del produrre di via Castellana (350 mila mq di cui 164 destinati al Polo logistico già in costruzione) e la bretella tra via Roccafranca e Castelcovati. Brebemi e TAV nel complesso distruggeranno più di 2 milioni di metri quadrati di campagna clarense, questo è un fatto. Il Piano di Governo del Territorio recentemente approvato prospetta un consumo aggiuntivo di 1 milione 300 mila metri quadrati. Questi, sommati, porteranno nel giro di 10 anni ad una riduzione de 10% della superficie agricola utile sul territorio comunale. (Parere compatibilità PTCP al PGT – Settore Agricoltura). Cosa ci dobbiamo aspettare ora? Una corsa degli speculatori immobiliari per colonizzare le aree a ridosso dell’autostrada come in un moderno, selvaggio, west? La politica dovrà farsi carico di controllare questa probabile tendenza. Ora pensiamo alla Chiari di oggi; e pensiamo a Chiari con una campagna decimata: ovviamente non sono la stessa cosa. Non possono essere la stessa cosa l’ambiente, il paesaggio, la cultura ma anche l’economia: meno campagna significa meno agricoltura e minori possibilità di allevamento a causa dei limiti agli spandimenti definiti nella direttiva nitrati.

Qualità dell’aria
Le autostrade sono un enorme produttore di polveri sottili PM10 e PM2.5, CO, NOx, precursori di ozono e gas a effetto serra: sostanze inquinanti e cancerogene. Alcuni recenti studi su città attraversate da tronchi autostradali (Parma, Verona, Firenze, Brescia) mostrano che il traffico autostradale scarica sulla città una parte rilevante del carico inquinante. Per far capire quale sia l’impatto della rete autostradale sulla qualità dell’aria basti pensare che il Politecnico di Brescia calcola che anche solo la riduzione della velocità sulle autostrade del 20% comporterebbe una concentrazione di PM10 inferiore del 7,25% sul capoluogo, più del blocco totale ai mezzi non catalizzati in città per 7 giorni (-6%). Quale la risposta dall’Amministrazione Mazzatorta di fronte a queste minacce? Sembra quella dell’“occhio non vede, cuore non duole”. La centralina comunale per il monitoraggio della qualità dell’aria è infatti fuori servizio dal 30 settembre 2009. Neppure una proposta di emendamento al bilancio di previsione 2010 ha permesso di stanziare i fondi necessari alla sua riattivazione. Tanto le polveri sottili non si vedono, ma purtroppo i loro effetti sulla salute si.

Identità e sicurezza
Il nuovo casello che permetterà l’accesso all’autostrada Brebemi da via Roccafranca rappresenta sotto l’aspetto economico un potenziale grosso beneficio per Chiari. Non è tutto oro, però, quel che luccica: Chiari si trasformerà in un porto di mare, un viavai di facce nuove, solamente di passaggio nella nostra Città. A questo dobbiamo sommare l’effetto della prevista espansione demografica voluta dall’amministrazione leghista con il PGT: esso prospetta infatti l’insediamento di 3844 nuovi abitanti, a fronte di un incremento di sole 1000 unità negli ultimi 10 anni. Chi saranno questi nuovi clarensi? La risposta appare scontata, se pensiamo che gli stranieri (regolari) a Chiari sono, al 31 Marzo 2010, 2.934, con un incremento di 139 unità in un anno; per contro i cittadini italiani sono diminuiti, nello stesso periodo di 47 unità. Nella Chiari del futuro non ci riconosceremo più come clarensi? Ci trasformeremo in una città-dormitorio? Questo è il rischio, se non riusciremo a salvaguardare la cultura e la storia della nostra Città. Potrà sembrare, questo, un discorso lontano dalla vita di tutti i giorni, materiale per discorsi tra intellettuali a noiosi convegni; invece interessa tutti noi perché non riconoscersi nel luogo dove si vive porta a percepire disagio ed insicurezza. Anche per questo, un altro aspetto sul quale le autorità politiche si debbono interrogare è la lotta all’illegalità, in quanto la presenza di grosse vie di comunicazione può concorrere all’aumento della criminalità. Alla luce dei sempre più frequenti atti di vandalismo, spaccio di droga e furti, nei prossimi anni l’attenzione verso la sicurezza dovrà essere la priorità. Il presidio del territorio da parte delle forze dell’ordine – non certo delle ronde – rappresenterà l’unica strategia vincente.

di Stefano Riccardi
Consigliere Comunale UDC
Rappresentate gruppi consiliari di minoranza – Osservatorio per le grandi infrastrutture

Giornale di Brescia 11/06/2010

Piazza Zanardelli, cuore di Chiari. Nella cittadina
la popolazione straniera è in costante aumento
Le rilevazioni anagrafiche di un anno segnalano l’arrivo di 139 residenti provenienti da Paesi esteri
mentre il Comune ha perso 47 italiani che hanno deciso di «abbandonare» la cittadina della Bassa

CHIARI Per 139 stranieri che vengono ci sono 47 italiani che vanno. In poco più di un anno, tra il 28 febbraio 2009 e il 31 marzo 2010, la città di Chiari è stata scelta come luogo in cui risiedere da 139 nuovi stranieri, solo extracomunitari, mentre 47 italiani hanno deciso di abbandonarla andandosi a trasferire altrove. Questo ci dicono i dati ufficiali dell’Anagrafe.
Comunitari e non
Entrando nel merito dei vari Paesi dai quali provengono i nuovi residenti ad avere il primato è l’Albania con 89 persone che vanno ad aggiungersi alle 1.097 già presenti e a raggiungere così un totale di 1.186 persone (517 femmine e 669 maschi) che rappresentano oltre il 40% della popolazione straniera in territorio clarense. Consistente è anche la nuova quota di indiani: nei 13 mesi considerati ne sono arrivati una ventina e oggi nella cittadina se ne contano 80 (34 femmine e 46 maschi).
Rimane invece invariato nel tempo il numero di romeni che hanno scelto Chiari: erano 769 unità il 28 febbraio 2009 e rimangono fermi a 769 unità a fine marzo 2010 (342 femmine e 427 maschi, circa il 26% della popolazione straniera).
Complessivamente nell’arco di tempo preso in considerazione il numero di stranieri comunitari residenti a Chiari non ha subito variazioni (si tratta di 805 persone); sul fronte extracomunitari l’incremento è stato di 139 unità (da 1.990 a 2.129). E passando ai cittadini italiani a lasciare Chiari sono state 47 persone: se il 28 febbraio 2009 si contavano 15.732 italiani (su 18.527 abitanti), tredici mesi più tardi sono diventati 15.685 (su 18.619 abitanti).
La polemica politica
Il commento dell’Udc a questi dati si trasforma in un attacco all’Amministrazione in carica «che – sostiene Stefano Riccardi, consigliere comunale del partito – non sta facendo nulla per favorire l’integrazione e l’educazione degli stranieri, temi che per la Lega Nord sono tabù. Al di là però del numero degli stessi, il dato a mio avviso veramente preoccupante è rappresentato da quei 47 italiani in meno, chiaro segnale che le giovani coppie preferiscono emigrare nei paesi vicini e che la popolazione clarense sta invecchiando. Una seria politica per la casa, servizi alle famiglie all’altezza e con prezzi equi e scuole adeguate possono essere le soluzioni per invertire tale tendenza».
Ecco quindi come il sindaco Sandro Mazzatorta si difende: «Meno di 140 stranieri in più in tredici mesi mi sembra un dato fisiologico e molto positivo se consideriamo che nell’ultimo anno di amministrazione del centrosinistra a Chiari, il 2003, la quota stranieri era incrementata di ben 400 unità».
«Mi pare perciò ridicolo accusare il sindaco che tra l’altro ha chiuso lo sportello immigrati, che forniva consulenze anche ai clandestini, e che ha reso più rigorosa la procedura di iscrizione anagrafica, di affrontare il tema in modo superficiale. Mi sembra strano che l’insegnamento arrivi dall’Udc, partito che su questo argomento, a livello centrale, si dimostra poco rigoroso e accusa la Lega Nord di essere razzista».
In sostanza, nel tessuto sociale di Chiari deve tenere conto di circa tremila residenti stranieri, ovvero il 16 per cento della popolazione.
Una percentuale piuttosto elevata anche se ancora in linea con l’aspettativa di poter realizzare una concreta integrazione.

Al 31 Marzo 2010 i cittadini residenti a Chiari erano 18.619, di cui 2.934 stranieri (805 comunitari, per la stragrande maggioranza rumeni, e 2129 extracomunitari); in questo numero non erano compresi i clandestini.  D’altronde, che gli stranieri a Chiari siano tanti lo si percepisce facilmente quando si passeggia, la domenica pomeriggio, per i viali: sembra di essere in un cosmopolita stato straniero frequentato da qualche raro turista italiano! Da molti mesi inoltre, anche nei giorni feriali, crocchi di giovani che parlano idiomi diversi stazionano in diversi punti della nostra città. Da tempo mi chiedo se, lontano dal periodo elettorale, qualcuno controlli, con la dovuta frequenza, quali mezzi di sussistenza abbiano queste persone, a quale titolo siano presenti nella nostra città, se sono sfaccendati perché hanno perso il posto di lavoro o perché guadagnano di che vivere in maniera “poco chiara”. Infatti uno degli aspetti più discussi, riguardanti la presenza degli stranieri in Italia, concerne i tassi di criminalità: le diverse parti politiche sostengono l’una il contrario dell’altra. Secondo la sinistra i tassi di criminalità degli italiani e degli stranieri sono uguali, secondo la destra delinquono molto di più gli stranieri. Nello scorso ottobre il capo della Polizia, il Prefetto Manganelli, nel corso dei lavori della prima conferenza nazionale dei prefetti, dichiarava: “Non si può consentire l’immigrazione clandestina perché danneggia quella regolare ed è fronte di criminalità“; il Prefetto poi continuava: “L’Italia soffre gravemente l’irrisolto problema a livello europeo dell’immigrazione clandestina se è vero che, nel 2008, sono stati 900 mila i denunciati, dei quali 600 mila italiani e 300 mila stranieri, la stragrande maggioranza extracomunitari. Oltre un terzo degli autori di reati si può ricondurre all’immigrazione clandestina mentre il 30-35 per cento della popolazione carceraria è composta da immigrati”. Quindi – concludeva Manganelli – “il problema esiste ed è clamoroso“. Ovviamente l’equazione clandestino uguale delinquente è fuori dalla realtà, ma verosimilmente tutte le azioni tese ad impedire l’immigrazione clandestina possono ridurre i tassi di criminalità correlati agli stranieri. Non bisogna comunque dimenticare che, a volte, per principi di umanità, di carità e di civiltà sia necessario accogliere persone che cercano di entrare nel nostro Paese per sfuggire a situazioni disumane, alla fame, a persecuzioni di vario genere. Non può essere un caso che a Chiari ci siano tanti stranieri: siamo in Lombardia, terra dove tradizionalmente c’è sempre stato tanto lavoro. Se gli stranieri sono tanti significa che molti italiani hanno dato loro lavoro, sia che fossero con permesso di soggiorno o senza, sia con regolare assunzione che in nero. Gli stranieri fanno spesso lavori che gli italiani non sono più disposti a fare: badanti, lavoranti nell’agricoltura, muratori; sono spesso sfruttati, malpagati o pagati con mesi di ritardo.  Non dimentichiamoci che le loro trattenute previdenziali servono anche per pagare le nostre pensioni. Sono mediamente più giovani di noi, hanno frequentemente titoli di studio elevati. Nel 2007 hanno contribuito per il 9,1% alla produzione del prodotto interno lordo (PIL); di contro ci sono le spese che il nostro stato affronta per loro: sanità, espletamento di pratiche varie (solo alla questura di Brescia vi sono 80 impiegati presso l’Ufficio stranieri). Se sono tanti significa anche che molti italiani hanno affittato o venduto loro le case. Abitano, in numero tutt’altro che trascurabile, vedi il centro storico di Chiari, in appartamenti spesso fatiscenti che altri non abiterebbero o magari in case ristrutturate quasi ad hoc, nel senso che gli stranieri erano, negli scorsi anni, tra i pochi che tenevano vivo il mercato dell’affitto. Molti stranieri hanno inoltre acquistato appartamenti avvalendosi di mutui che coprivano totalmente il prezzo dell’immobile, ma come vedremo in seguito, ora i nodi vengono al pettine! Il fenomeno dell’immigrazione ha molteplici aspetti. Riteniamo che spesso venga affrontato in maniera “ideologica”: da un estremo vi è chi non vorrebbe gli stranieri, li vorrebbe “rispedire a casa”, dall’altro estremo vi è chi li vorrebbe accogliere tutti, senza regole particolari. Siamo già, in parte, una popolazione multietnica e lo saremo sempre di più. E’inevitabile, in quanto i fenomeni immigratori sono spinti da motivazioni profonde: ricerca di lavoro, di progresso sociale, di migliori condizioni di vita. Noi inoltre abbiamo sicuramente bisogno di lavoratori, di persone con voglia di riscatto. Gli immigrati, però, dovrebbero dimostrare un’elevata volontà d’integrazione; non sembra essere così per tutti: chi vuole veramente integrarsi dovrebbe far di tutto per diventare padrone della lingua del paese d’accoglienza, dovrebbe cercare di conoscere le principali norme legislative italiane, dovrebbe cercare di conoscere quali siano i “valori” del nostro paese, compresi quelli religiosi, per rispettarli; dovrebbe cercare di conoscere quali siano le abitudini, i “costumi” della popolazione da cui vorrebbe farsi accogliere e non pretendere che sia chi li accoglie a doversi adeguare.  Tra noi italiani molti, purtroppo, hanno rinunciato all’affermazione della nostra “cultura”, intesa nel senso più ampio del termine: invece che affermarla cercando di far capire quali siano i nostri valori, cercano di creare meccanismi che salvaguardino in maniera eccessiva tutte le abitudini, il credo religiosi, i valori dell’immigrato. Sia chiaro che lo straniero ha tutti i diritti di mantenere le proprie radici, la propria cultura, il proprio credo, ma se vuole vivere nel nostro paese deve cercare di essere “un cittadino italiano”. Tra gli stranieri, alcuni, forse per etnia, per credo religioso o per semplice mancato progresso culturale, non consentono alle proprie mogli o figlie di entrare a pieno titolo nella società: a volte le donne appaiono segregate, quasi non spiccicano una parola d’italiano, non partecipano a riunioni pubbliche ecc… Solo l’ingresso a pieno titolo delle donne straniere nella nostra società potrà portare all’integrazione degli stranieri.  Ritengo inaccettabile inoltre che talora le donne, in pubblico, non possano mostrare il proprio volto: burka e niqab sono proibiti in più di uno stato islamico e non si capisce perché debbano essere consentiti in Italia. Oggi, con l’attuale crisi economica, molti immigrati sono in difficoltà avendo perso il posto di lavoro; di conseguenza, non disponendo di quel “mutuo soccorso familiare” cui possono ricorrere le famiglie italiane bisognose, non sono in grado di pagare gli affitti, le rate del mutuo forse troppo facilmente concesso dalle banche, le bollette delle utenze, le quote per le mense scolastiche dei propri figli. La stragrande maggioranza di queste famiglie in difficoltà è composta da persone oneste, laboriose, che negli anni scorsi hanno fatto comodo in quanto forza lavoro, in quanto fonte di reddito per i proprietari di case e per gli impresari. Ora chi li aiuta? Forse le istituzioni, civili e religiose, dovrebbero fare di più; forse chi dice di essere cristiano dovrebbe dimostrare di esserlo: noi tutti potremmo fare qualcosa per aiutare queste famiglie. Il fenomeno dell’immigrazione è inarrestabile e va affrontato con equilibrio; i flussi immigratori vanno governati, gestiti: bisogna forse essere più rigidi sul numero di persone da accogliere ogni anno sulla base delle reali necessità di nuovi lavoratori, i clandestini non sono accettabili. Va sicuramente migliorata l’accoglienza, l’integrazione: gli stranieri vanno ascoltati maggiormente, per capire meglio i loro problemi. È necessario migliorare (alcune scuole fanno già molto) gli aiuti esistenti per favorire l’inserimento dei loro figli nella scuola; nei periodi di crisi come questo bisogna offrire l’opportunità di dilazionare i pagamenti delle utenze, degli affitti. Bisognerebbe anche verificare che questi ultimi non raggiungano cifre troppo elevate (ovviamente ciò riguarda anche i cittadini italiani); un aspetto non trascurabile è che spesso una parte dell’affitto non è dichiarata, è “in nero” e ciò fa sì che, nelle graduatorie comunali finalizzate al “contributo-affitti”, le famiglie interessate da questo fenomeno, italiane o straniere, siano svantaggiate in quanto l’impegno economico per l’affitto appare essere minore di quanto non sia in realtà.  Sarebbe inoltre fondamentale aiutare queste popolazioni nei loro paesi d’origine: non si capisce come i partiti attualmente al governo pensino di poter arginare l’immigrazione avendo, contemporaneamente, ridotto gli aiuti italiani ai paesi in via di sviluppo. L’Italia sprofonda al penultimo posto della classifica dell’Ocse degli “Aiuti pubblici allo sviluppo” (APS/ODA) destinati alla lotta contro la povertà dei paesi del Sud del mondo. Già in calo nel 2008, nel 2009 il Governo italiano ha fatto registrare un record negativo con aiuti bilaterali pari a 3,3 miliardi di dollari, con 1,5 miliardi di dollari in meno rispetto all’anno precedente. Rapportando i fondi per gli aiuti pubblici italiani al PIL nazionale, l’Italia passa da un misero 0,22% nel 2008 a un vergognoso 0,16% nel 2009!

Di Franco Bortolini

“Difendere l’identita’? La Lega e’ senza vergogna, hanno perso la testa. Promuovere l’identita’ italiana vuol dire solo approvare il quoziente familiare cosi’ da sostenere il desiderio di paternita’ e maternita’ delle famiglie. Il resto e’ solo razzismo travestito da demagogia, propaganda sulla pelle della povera gente, celodurismo con i deboli e indifesi”. Luca Volontè

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“Soluzione non sono militari, servono fondi e organici Polizia”
Il susseguirsi di atti di violenza dimostra il fallimento delle misure del Governo sulla sicurezza: lo afferma in una nota Pier Ferdinando Casini, leader dell’UDC, che precisa, tuttavia, che “nessuno può strumentalizzare gli atti di violenza che si ripetono nelle più grandi città italiane”. “Ma la frequenza con cui essi avvengono, a partire da Roma, dimostra – dice Casini – che è giunto il momento della riflessione e dell’autocritica nella gestione della sicurezza. Le misure prese dal Governo sono un fallimento o nella migliore delle ipotesi acqua fresca”. Secondo il leader centrista “è inutile continuare ad illudersi che la soluzione sia più militari nelle città, quando continuano a diminuire le risorse per il comparto e non si provvede al reintegro degli organici mancanti della Polizia di Stato. Alle città italiane – conclude – servono più poliziotti, più carabinieri, non le ronde e né i militari”.

Balle??? Sentiamo cosa dicono le forze dell’ordine!!!

LE RAGIONI DELLA PROTESTA: DOCUMENTO CONGIUNTO DI TUTTI I RAPPRESENTANTI SINDACALI DELLE FORZE DI POLIZIA E DELLE FORZE ARMATE

Con la conversione in legge alla Camera dei Deputati del Decreto Legge nr. 112 (emanato dal Governo il 25 giugno scorso riguardante la manovra correttiva del bilancio dello Stato per il triennio 2009/2011), sono stati confermati i tagli alla sicurezza per 3,5 miliardi di euro nel prossimo triennio, ponendo a rischio la possibilità di continuare a mantenere livelli accettabili di sicurezza e di tutela per i cittadini.

Ancora una volta, tutti i sindacati delle Forze di Polizia e Co.Ce.R. dell’intero Comparto sicurezza e difesa, in rappresentanza dei 500.000 operatori della sicurezza e della difesa italiani, lanciano l’ultimo allarme prima della conversione definitiva in legge del provvedimento che avverrà al Senato della Repubblica nei prossimi giorni.
Siamo costretti a protestare contro l’operato del Governo:

1. PERCHE’ sono stati previsti “tagli” nel triennio per oltre tre miliardi di euro sui capitoli di spesa della “sicurezza” e della “difesa” delle Amministrazioni dello Stato. Questi “tagli” impediranno l’acquisto di autovetture, di mezzi, di strumenti utili per svolgere il servizio nonché la possibilità di avere risorse sufficienti e necessarie per le attività addestrative, per i corsi di formazione, per rinnovare le armi in dotazione, per l’acquisto di munizioni, delle divise e per la ordinaria manutenzione degli uffici e delle infrastrutture, in particolare quelle di accesso al pubblico, che diventeranno sempre più fatiscenti.
2. PERCHE’ è stata prevista la riduzione complessiva nel triennio dell’organico delle Forze di Polizia e delle Forze Amate di circa 40.000 operatori dovuta sia al mancato turn over del personale che alla “nefasta” previsione di sospensione volontaria dal servizio e/o collocamento “coatto” in pensione per anzianità “contributiva. Di conseguenza saranno migliaia le pattuglie e gli operatori in meno sul territorio con conseguente riduzione dei servizi e dei controlli ed una oggettiva riduzione della capacità operativa e d’intervento sul territorio delle forze dell’ordine e delle forze armate;
3. PERCHE’ vengono emanati nuovi provvedimenti legislativi che attribuiscono nuove incombenze alle forze dell’ordine e alle forze armate e contemporaneamente si adottano solo “tagli”di spesa;
4. PERCHE’ è prevista la riduzione del 50% all’anno di stanziamenti per remunerare le indennità direttamente connesse all’operatività, che come è noto incidono direttamente sui servizi in strada e sul controllo del territorio, per la sicurezza interna ed internazionale del Paese, mentre si conferma la mancata previsione di interventi di detassazione del lavoro straordinario, già concesso al settore privato, e/o delle indennità accessorie;
5. PERCHE’ è prevista la riduzione del 40% della retribuzione accessoria in caso di malattia, anche per infortuni sul lavoro con una penalizzazione economica addirittura superiore agli altri pubblici dipendenti;
6. PERCHE’ non sono previsti il riconoscimento per legge né il finanziamento della “specificità” degli appartenenti alle forze dell’ordine e alle forze armate, né risorse per la formazione e per la riforma ordinamentale del personale;
7. PERCHE’ il provvedimento contiene decisioni che vanno in netta controtendenza con l’obbiettivo dichiarato di collocare sicurezza e difesa in cima alle priorità dell’azione di governo, quale indispensabile premessa della possibilità di sviluppo di questo Paese.

Per questa ragione, per ripristinare condizioni di piena funzionalità operativa degli apparati e continuare a garantire la sicurezza dei cittadini:

C H I E D I A M O

1. il riconoscimento per legge ed il finanziamento della “specificità” del Comparto sicurezza e difesa;
2. adeguate risorse economiche per il rinnovo del contratto di lavoro del Comparto sicurezza e difesa;
3. l’eliminazione per il 2009 dei “tagli” per la sicurezza e la difesa con la conseguente apertura di un tavolo di confronto per razionalizzare in prospettiva futura la spesa e per introdurre riforme organizzative che possano eliminare gli attuali sprechi gestionali;
4. la copertura totale del “turn over”nelle forze di polizia ed una diversa modalità applicativa del collocamento a riposo d’Ufficio in prossimità del raggiungimento dei limiti d’età rispetto a quello che si intende prevedere per il pubblico impiego;
5. un trattamento diverso per gli operatori della sicurezza e della difesa per le assenze per malattia che al momento si vedrebbero decurtare la retribuzione giornaliera fino alla metà, tra l’altro anche per assenze connesse a fatti accaduti in servizio;
6. l’eliminazione del taglio sulle risorse per la professionalizzazione;
7. il mantenimento della contrattazione e la detassazione della retribuzione accessoria;
8. il riordino delle funzioni e delle carriere necessario per conseguire un sistema più efficiente, in grado di garantire maggiori operatività e produttività;
9. l’attuazione della previdenza complementare per gli operatori dell’intero Comparto sicurezza e difesa, la sanatoria del pregresso ed il mantenimento dei trattamenti economici aggiuntivi per infermità dipendenti da causa di servizio;
10. la riforma della Dirigenza del Comparto.

Premesso quanto sopra, è doveroso per noi tutti lanciare un grido d’allarme, nella speranza che il senso dello Stato induca il Governo a cambiare subito e radicalmente la propria politica sulla sicurezza e sulla difesa, modificando in sede di conversione in legge il contenuto del decreto.

Altrimenti i sindacati del comparto saranno costretti ad una imponente, motivata, giustificatissima manifestazione di protesta.

LE ORGANIZZAZIONI SINDACALI DEL COMPARTO SICUREZZA E DIFESA:
POLIZIA DI STATO
SIULP – SAP – SILP PER LA CGIL – SIAP/ANFP – CONSAP/ANIP/ITALIA SICURA – FSP/UGL – COISP – UILPS
POLIZIA PENITENZIARIA
SAPPE – CGIL FP – CISL FPS – UIL Penitenziari – SINAPPE – USPP
CORPO FORESTALE DELLO STATO
SAPAF – CGIL FP – CISL FPS – UIL PA – UGL-FESIPO
LE RAPPRESENTANZE MILITARI DEL COMPARTO SICUREZZA
COCER ARMA DEI CARABINIERI – COCER GUARDIA DI FINANZA
LE RAPPRESENTANZE MILITARI DEL COMPARTO DIFESA
COCER ESERCITO ITALIANO – COCER MARINA MILITARE – COCER AERONAUTICA MILITARE