Immigrazione

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E’ in distribuzione il nuovo numero di “Punto e a capo…” il giornalino dell’UDC di Chiari.

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Punto e a Capo… Giugno 2010

In questo numero:

Chi ha vinto, a Chiari, le elezioni regionali? Tiriamo le somme…

Di Massimo Vizzardi

Brebemi: Brescia – Bergamo – Milano… via Chiari

di Stefano Riccardi

Polo della cultura: un fallimento politico

di Massimo Massetti

Chiari straniera

Di Franco Bortolini

Per la quarta settimana

di Benito Zoccali

Il liberismo del mercato è forse finito? No, sciocco, è solo la Grecia!

Oltre la Grecia, le decisioni prese al vertice europeo.

di Pierluigi Massetti e Andrew Spannaus – Presidente Movisol

“Piccoli” ecomostri crescono

Invece di cambiare, siamo tornati al punto di prima

di Benito Zoccali


Giornale di Brescia 11/06/2010

Piazza Zanardelli, cuore di Chiari. Nella cittadina
la popolazione straniera è in costante aumento
Le rilevazioni anagrafiche di un anno segnalano l’arrivo di 139 residenti provenienti da Paesi esteri
mentre il Comune ha perso 47 italiani che hanno deciso di «abbandonare» la cittadina della Bassa

CHIARI Per 139 stranieri che vengono ci sono 47 italiani che vanno. In poco più di un anno, tra il 28 febbraio 2009 e il 31 marzo 2010, la città di Chiari è stata scelta come luogo in cui risiedere da 139 nuovi stranieri, solo extracomunitari, mentre 47 italiani hanno deciso di abbandonarla andandosi a trasferire altrove. Questo ci dicono i dati ufficiali dell’Anagrafe.
Comunitari e non
Entrando nel merito dei vari Paesi dai quali provengono i nuovi residenti ad avere il primato è l’Albania con 89 persone che vanno ad aggiungersi alle 1.097 già presenti e a raggiungere così un totale di 1.186 persone (517 femmine e 669 maschi) che rappresentano oltre il 40% della popolazione straniera in territorio clarense. Consistente è anche la nuova quota di indiani: nei 13 mesi considerati ne sono arrivati una ventina e oggi nella cittadina se ne contano 80 (34 femmine e 46 maschi).
Rimane invece invariato nel tempo il numero di romeni che hanno scelto Chiari: erano 769 unità il 28 febbraio 2009 e rimangono fermi a 769 unità a fine marzo 2010 (342 femmine e 427 maschi, circa il 26% della popolazione straniera).
Complessivamente nell’arco di tempo preso in considerazione il numero di stranieri comunitari residenti a Chiari non ha subito variazioni (si tratta di 805 persone); sul fronte extracomunitari l’incremento è stato di 139 unità (da 1.990 a 2.129). E passando ai cittadini italiani a lasciare Chiari sono state 47 persone: se il 28 febbraio 2009 si contavano 15.732 italiani (su 18.527 abitanti), tredici mesi più tardi sono diventati 15.685 (su 18.619 abitanti).
La polemica politica
Il commento dell’Udc a questi dati si trasforma in un attacco all’Amministrazione in carica «che – sostiene Stefano Riccardi, consigliere comunale del partito – non sta facendo nulla per favorire l’integrazione e l’educazione degli stranieri, temi che per la Lega Nord sono tabù. Al di là però del numero degli stessi, il dato a mio avviso veramente preoccupante è rappresentato da quei 47 italiani in meno, chiaro segnale che le giovani coppie preferiscono emigrare nei paesi vicini e che la popolazione clarense sta invecchiando. Una seria politica per la casa, servizi alle famiglie all’altezza e con prezzi equi e scuole adeguate possono essere le soluzioni per invertire tale tendenza».
Ecco quindi come il sindaco Sandro Mazzatorta si difende: «Meno di 140 stranieri in più in tredici mesi mi sembra un dato fisiologico e molto positivo se consideriamo che nell’ultimo anno di amministrazione del centrosinistra a Chiari, il 2003, la quota stranieri era incrementata di ben 400 unità».
«Mi pare perciò ridicolo accusare il sindaco che tra l’altro ha chiuso lo sportello immigrati, che forniva consulenze anche ai clandestini, e che ha reso più rigorosa la procedura di iscrizione anagrafica, di affrontare il tema in modo superficiale. Mi sembra strano che l’insegnamento arrivi dall’Udc, partito che su questo argomento, a livello centrale, si dimostra poco rigoroso e accusa la Lega Nord di essere razzista».
In sostanza, nel tessuto sociale di Chiari deve tenere conto di circa tremila residenti stranieri, ovvero il 16 per cento della popolazione.
Una percentuale piuttosto elevata anche se ancora in linea con l’aspettativa di poter realizzare una concreta integrazione.

Al 31 Marzo 2010 i cittadini residenti a Chiari erano 18.619, di cui 2.934 stranieri (805 comunitari, per la stragrande maggioranza rumeni, e 2129 extracomunitari); in questo numero non erano compresi i clandestini.  D’altronde, che gli stranieri a Chiari siano tanti lo si percepisce facilmente quando si passeggia, la domenica pomeriggio, per i viali: sembra di essere in un cosmopolita stato straniero frequentato da qualche raro turista italiano! Da molti mesi inoltre, anche nei giorni feriali, crocchi di giovani che parlano idiomi diversi stazionano in diversi punti della nostra città. Da tempo mi chiedo se, lontano dal periodo elettorale, qualcuno controlli, con la dovuta frequenza, quali mezzi di sussistenza abbiano queste persone, a quale titolo siano presenti nella nostra città, se sono sfaccendati perché hanno perso il posto di lavoro o perché guadagnano di che vivere in maniera “poco chiara”. Infatti uno degli aspetti più discussi, riguardanti la presenza degli stranieri in Italia, concerne i tassi di criminalità: le diverse parti politiche sostengono l’una il contrario dell’altra. Secondo la sinistra i tassi di criminalità degli italiani e degli stranieri sono uguali, secondo la destra delinquono molto di più gli stranieri. Nello scorso ottobre il capo della Polizia, il Prefetto Manganelli, nel corso dei lavori della prima conferenza nazionale dei prefetti, dichiarava: “Non si può consentire l’immigrazione clandestina perché danneggia quella regolare ed è fronte di criminalità“; il Prefetto poi continuava: “L’Italia soffre gravemente l’irrisolto problema a livello europeo dell’immigrazione clandestina se è vero che, nel 2008, sono stati 900 mila i denunciati, dei quali 600 mila italiani e 300 mila stranieri, la stragrande maggioranza extracomunitari. Oltre un terzo degli autori di reati si può ricondurre all’immigrazione clandestina mentre il 30-35 per cento della popolazione carceraria è composta da immigrati”. Quindi – concludeva Manganelli – “il problema esiste ed è clamoroso“. Ovviamente l’equazione clandestino uguale delinquente è fuori dalla realtà, ma verosimilmente tutte le azioni tese ad impedire l’immigrazione clandestina possono ridurre i tassi di criminalità correlati agli stranieri. Non bisogna comunque dimenticare che, a volte, per principi di umanità, di carità e di civiltà sia necessario accogliere persone che cercano di entrare nel nostro Paese per sfuggire a situazioni disumane, alla fame, a persecuzioni di vario genere. Non può essere un caso che a Chiari ci siano tanti stranieri: siamo in Lombardia, terra dove tradizionalmente c’è sempre stato tanto lavoro. Se gli stranieri sono tanti significa che molti italiani hanno dato loro lavoro, sia che fossero con permesso di soggiorno o senza, sia con regolare assunzione che in nero. Gli stranieri fanno spesso lavori che gli italiani non sono più disposti a fare: badanti, lavoranti nell’agricoltura, muratori; sono spesso sfruttati, malpagati o pagati con mesi di ritardo.  Non dimentichiamoci che le loro trattenute previdenziali servono anche per pagare le nostre pensioni. Sono mediamente più giovani di noi, hanno frequentemente titoli di studio elevati. Nel 2007 hanno contribuito per il 9,1% alla produzione del prodotto interno lordo (PIL); di contro ci sono le spese che il nostro stato affronta per loro: sanità, espletamento di pratiche varie (solo alla questura di Brescia vi sono 80 impiegati presso l’Ufficio stranieri). Se sono tanti significa anche che molti italiani hanno affittato o venduto loro le case. Abitano, in numero tutt’altro che trascurabile, vedi il centro storico di Chiari, in appartamenti spesso fatiscenti che altri non abiterebbero o magari in case ristrutturate quasi ad hoc, nel senso che gli stranieri erano, negli scorsi anni, tra i pochi che tenevano vivo il mercato dell’affitto. Molti stranieri hanno inoltre acquistato appartamenti avvalendosi di mutui che coprivano totalmente il prezzo dell’immobile, ma come vedremo in seguito, ora i nodi vengono al pettine! Il fenomeno dell’immigrazione ha molteplici aspetti. Riteniamo che spesso venga affrontato in maniera “ideologica”: da un estremo vi è chi non vorrebbe gli stranieri, li vorrebbe “rispedire a casa”, dall’altro estremo vi è chi li vorrebbe accogliere tutti, senza regole particolari. Siamo già, in parte, una popolazione multietnica e lo saremo sempre di più. E’inevitabile, in quanto i fenomeni immigratori sono spinti da motivazioni profonde: ricerca di lavoro, di progresso sociale, di migliori condizioni di vita. Noi inoltre abbiamo sicuramente bisogno di lavoratori, di persone con voglia di riscatto. Gli immigrati, però, dovrebbero dimostrare un’elevata volontà d’integrazione; non sembra essere così per tutti: chi vuole veramente integrarsi dovrebbe far di tutto per diventare padrone della lingua del paese d’accoglienza, dovrebbe cercare di conoscere le principali norme legislative italiane, dovrebbe cercare di conoscere quali siano i “valori” del nostro paese, compresi quelli religiosi, per rispettarli; dovrebbe cercare di conoscere quali siano le abitudini, i “costumi” della popolazione da cui vorrebbe farsi accogliere e non pretendere che sia chi li accoglie a doversi adeguare.  Tra noi italiani molti, purtroppo, hanno rinunciato all’affermazione della nostra “cultura”, intesa nel senso più ampio del termine: invece che affermarla cercando di far capire quali siano i nostri valori, cercano di creare meccanismi che salvaguardino in maniera eccessiva tutte le abitudini, il credo religiosi, i valori dell’immigrato. Sia chiaro che lo straniero ha tutti i diritti di mantenere le proprie radici, la propria cultura, il proprio credo, ma se vuole vivere nel nostro paese deve cercare di essere “un cittadino italiano”. Tra gli stranieri, alcuni, forse per etnia, per credo religioso o per semplice mancato progresso culturale, non consentono alle proprie mogli o figlie di entrare a pieno titolo nella società: a volte le donne appaiono segregate, quasi non spiccicano una parola d’italiano, non partecipano a riunioni pubbliche ecc… Solo l’ingresso a pieno titolo delle donne straniere nella nostra società potrà portare all’integrazione degli stranieri.  Ritengo inaccettabile inoltre che talora le donne, in pubblico, non possano mostrare il proprio volto: burka e niqab sono proibiti in più di uno stato islamico e non si capisce perché debbano essere consentiti in Italia. Oggi, con l’attuale crisi economica, molti immigrati sono in difficoltà avendo perso il posto di lavoro; di conseguenza, non disponendo di quel “mutuo soccorso familiare” cui possono ricorrere le famiglie italiane bisognose, non sono in grado di pagare gli affitti, le rate del mutuo forse troppo facilmente concesso dalle banche, le bollette delle utenze, le quote per le mense scolastiche dei propri figli. La stragrande maggioranza di queste famiglie in difficoltà è composta da persone oneste, laboriose, che negli anni scorsi hanno fatto comodo in quanto forza lavoro, in quanto fonte di reddito per i proprietari di case e per gli impresari. Ora chi li aiuta? Forse le istituzioni, civili e religiose, dovrebbero fare di più; forse chi dice di essere cristiano dovrebbe dimostrare di esserlo: noi tutti potremmo fare qualcosa per aiutare queste famiglie. Il fenomeno dell’immigrazione è inarrestabile e va affrontato con equilibrio; i flussi immigratori vanno governati, gestiti: bisogna forse essere più rigidi sul numero di persone da accogliere ogni anno sulla base delle reali necessità di nuovi lavoratori, i clandestini non sono accettabili. Va sicuramente migliorata l’accoglienza, l’integrazione: gli stranieri vanno ascoltati maggiormente, per capire meglio i loro problemi. È necessario migliorare (alcune scuole fanno già molto) gli aiuti esistenti per favorire l’inserimento dei loro figli nella scuola; nei periodi di crisi come questo bisogna offrire l’opportunità di dilazionare i pagamenti delle utenze, degli affitti. Bisognerebbe anche verificare che questi ultimi non raggiungano cifre troppo elevate (ovviamente ciò riguarda anche i cittadini italiani); un aspetto non trascurabile è che spesso una parte dell’affitto non è dichiarata, è “in nero” e ciò fa sì che, nelle graduatorie comunali finalizzate al “contributo-affitti”, le famiglie interessate da questo fenomeno, italiane o straniere, siano svantaggiate in quanto l’impegno economico per l’affitto appare essere minore di quanto non sia in realtà.  Sarebbe inoltre fondamentale aiutare queste popolazioni nei loro paesi d’origine: non si capisce come i partiti attualmente al governo pensino di poter arginare l’immigrazione avendo, contemporaneamente, ridotto gli aiuti italiani ai paesi in via di sviluppo. L’Italia sprofonda al penultimo posto della classifica dell’Ocse degli “Aiuti pubblici allo sviluppo” (APS/ODA) destinati alla lotta contro la povertà dei paesi del Sud del mondo. Già in calo nel 2008, nel 2009 il Governo italiano ha fatto registrare un record negativo con aiuti bilaterali pari a 3,3 miliardi di dollari, con 1,5 miliardi di dollari in meno rispetto all’anno precedente. Rapportando i fondi per gli aiuti pubblici italiani al PIL nazionale, l’Italia passa da un misero 0,22% nel 2008 a un vergognoso 0,16% nel 2009!

Di Franco Bortolini

“Difendere l’identita’? La Lega e’ senza vergogna, hanno perso la testa. Promuovere l’identita’ italiana vuol dire solo approvare il quoziente familiare cosi’ da sostenere il desiderio di paternita’ e maternita’ delle famiglie. Il resto e’ solo razzismo travestito da demagogia, propaganda sulla pelle della povera gente, celodurismo con i deboli e indifesi”. Luca Volontè

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(Da Il giornale di Chiari, Ottobre 2008)
Egregio Direttore, sollecitato da quanto sta avvenendo attorno a tutti noi, chiedo ospitalità sul suo giornale per una breve riflessione su un tema caldo: Il fenomeno dell’immigrazione.
Un argomento spinoso, usato da certa classe politica per mera propaganda ma che richiede invece di essere affrontato in modo pragmatico e deciso, evitando quel tipico buonismo che ha effetti disastrosi perché dimentica che la convivenza civile si basa su regole che devono essere fatte rispettare; al contempo controproducente il cedere alla tentazione di mettere in atto iniziative discriminatorie, irrispettose dei diritti della Persona e quindi anticostituzionali anche se percepite in prima istanza come positive da parte della comunità. Già solo a Chiari, dove la parte di popolazione composta da Persone immigrate” continua vertiginosamente a crescere (quelli regolari sono a quota 2700, quelli irregolari non è dato sapere), nelle strade si percepisce il (comprensibile) timore, se non proprio paura di mamme, bambini ed anziani nel percorrere la sera alcune zone della città nonché il fastidio che parte della popolazione prova nel vivere certe situazioni di convivenza obbligata (si pensi allo stato delle classi nelle scuole).
Intendo iniziare questo mio pensare a voce alta, meditando su quanto detto da Papa Benedetto XVI in occasione dell’incontro avuto dallo stesso con i giovani in Australia: “Bisogna combattere il relativismo, la confusione morale ed intellettuale che la società sta imponendo, contrastare quell’indebolimento di valori e principi grazie al quale l’esperienza soggettiva soppianta la verità”.
Sbagliato è cioè, secondo il Pontefice, quel mondo che si fonda non su valori e su idee ma piuttosto su sensazioni e stati d’animo.
Ed allora il primo punto di questo mio ragionare non può che essere rivolto ai mezzi di informazione, in primis la TV, che giornalmente ci ossessiona, in modo tanto assiduo quanto subdolo, con fatti di cronaca e ci porta a legare inscindibilmente la questione immigrati con quella della sicurezza.
Peraltro, e questo è il secondo punto su cui vorrei soffermarmi, ad un continuo parlare di una parte della classe politica dei temi dell’immigrazione e della delinquenza corrisponde, sempre da parte della stessa, una debole iniziativa sia in tema di sicurezza che di politiche di integrazione: la classe politica parla (e sparla) delle citate questioni senza mai destinare (incomprensibilmente!) le risorse necessarie per dare una soluzione a dette problematiche. Se anche le istituzioni hanno compreso che la sicurezza è il primo problema per gli italiani e che un’immigrazione incontrollata può favorire una certa illegalità, perché fra le prime voci di spesa del bilancio pubblico (di Stato ed Amministrazioni) non vi sono grosse somme destinate alle politiche per la sicurezza, per la prevenzione e quindi per l’integrazione degli stranieri regolari?
A Roma il Governo, nella recente finanziaria, ha tagliato le risorse destinate alle Forze dell’ordine per svariati centinaia di milioni (vedasi lo sciopero della Polizia), nelle città del nord invece le Amministrazioni destinano irrisorie risorse agli assessorati con delega alla sicurezza e alle politiche sociali delegando, anche qui non senza demagogia, ad associazioni di privati cittadini il compito di badare alla sorveglianza della città e ciò nonostante sia questo uno dei primi doveri dello Stato.
Chiaro è che ciò di cui tutti noi abbiamo paura è che la nostra società venga ad essere irrimediabilmente compromessa da persone con culture ed abitudini diverse; eppure ciò che in realtà personalmente più
percepisco come pericoloso è il fenomeno per cui la nostra società si sta sempre più uniformando agli usi e modi di qualche civiltà straniera ma non per la loro intrinseca forza ma per la nostra debolezza, il nostro lassismo.
Il rischio vero che vedo è che vadano dimenticati i valori conquistati nei secoli dalla nostra cultura, quelli propri della tradizione cattolico-liberale: solo a titolo di esempio, il senso della solidarietà, il valore della famiglia, la partecipazione attiva e consapevole alla vita pubblica, il rispetto della legalità.
Il riferimento alla legalità mi dà infine l’occasione per un ultimo pensiero: non si può parlare indiscriminatamente di immigrati, vanno distinti gli immigrati regolari e gli irregolari e tra questi ultimi, quelli onesti e lavoratori e quelli disonesti: un’idea forse ovvia che tuttavia non l’intera classe politica sembra avere fatto ad oggi sua. Inflessibili con gli irregolari, fino alla necessaria espulsione, ed invece attenti all’integrazione degli stranieri onesti, senza di cui la nostra economia sarebbe ferma e certamente poco competitiva in svariati campi. Il generalizzato poco rispetto della nostra legge, la debolezza della stessa in alcune sue parti, la sempre più diffusa indifferenza verso ciò che avviene nel mondo (sia esso l’Italia, Brescia o Chiari) e quindi la sempre minore capacità di indignarsi per ciò che è sbagliato, il denaro pubblico speso da certa classe politica altrove anziché in valide politiche sociali ed efficaci iniziative sulla sicurezza: forse questi sono tra i motivi di tanta paura e fragilità, non l’immigrazione in sé e di per sé che invece, se regolare, può essere una risorsa per la nostra comunità.

Massimo Vizzardi

Presidente Berlusconi, secondo noi il Presidente del Consiglio del nostro Paese, dell’Italia, non può essere considerato dall’opposizione un nemico. Per troppi anni abbiamo tollerato una visione antinazionale, per troppo tempo abbiamo accettato di costruire le nostre fortune politiche sulla demonizzazione dell’avversario. Siamo lieti – lei ne ha concorso ieri – che sia finita questa stagione. Auguri per il suo lavoro e se lei lavorerà bene farà l’interesse dell’Italia e degli italiani. Anche per noi, che non voteremo il suo Governo in coerenza con l’impegno preso con più di due milioni di elettori, è difficile dissentire sulle dichiarazioni programmatiche. La questione è semplice: avete vinto largamente, il vostro compito è non deludere gli italiani; il nostro compito è aiutarvi a non deluderli.

Ho sentito parlare tanto però – e su questo vorrei dire qualcosa – di legittimazione reciproca: fondi sui giornali, un dibattito a mio parere stucchevole. Un conto è il rispetto, un conto è la correttezza, un conto è essere persone per bene nel dibattito politico, un conto è continuare a parlare di legittimazione. All’indomani dell’elezione del Presidente Fini, in questa carica di Presidente di tutti noi, vi sono stati ancora caterve di articoli sulla legittimazione della destra e negli anni scorsi sulla legittimazione della sinistra.

Vedete cari colleghi, non è l’onorevole Berlusconi che può legittimare Veltroni, né l’onorevole Berlusconi può pensare di essere legittimato da Veltroni, né noi pensiamo di aver bisogno di essere legittimati come opposizione di centro dalla benevolenza dell’uno o dell’altro. Ciascuno di noi è legittimato dagli elettori che hanno scelto di semplificare i partiti e il quadro politico .Distinguiamo la finzione dalla verità. In Italia non c’è il bipartitismo: undici milioni di elettori, più del 30 per cento, hanno votato per partiti diversi dal PdL e dal PD, un terzo degli elettori si sono espressi fuori da questo schema.

Ho sentito parlare di schema anglosassone e di bipartitismo anglosassone: è figlio di tradizioni che non sono nostre. Lo dico con grande rispetto per il Governo ombra ma i partiti inglesi e americani sono figli di una storia nazionale comune. Non a caso invece in Italia e in Europa noi parliamo oggi di condivisione della memoria perché siamo figli di tradizioni e di identità culturali difformi. Siamo passati attraverso contrasti a volte laceranti.

Io credo che l’Italia sia questa storia, e basta col riporre attese messianiche su impossibili riforme. Mi riferisco, ad esempio, a riforme di leggi elettorali. Vorrei fare un’osservazione molto serena. Qualcuno riteneva che questa legge elettorale fosse la madre di tutti gli errori – la sinistra – mentre molti altri – il Presidente Berlusconi ed io eravamo tra quelli – ritenevano che questa legge elettorale (io la criticavo per la mancanza di preferenze) non fosse affatto la madre di tutti i mali.

Che cos’è successo? Che si è prodotto un evento politico. Non c’è stato bisogno di «alambiccare» come alcuni apprendisti stregoni stavano facendo sul «vassallum» per produrre una riduzione dei partiti. È stata la politica a determinare la riduzione delle forze politiche, dunque le grandi riforme in molti casi le produce la politica. È inutile che noi oggi ci avventuriamo su terreni di forzature istituzionali.

Diverso invece è parlare di quello che è necessario per il Paese, di ridurre il numero di parlamentari, di dare più poteri al Presidente del Consiglio, di differenziare il ruolo delle due Camere, di un «federalismo solidale». Lei ha usato questa espressione e noi controlleremo che non sia soltanto un’espressione nominale ma sia un qualcosa di profondamente calato in questo progetto. Questo è il punto. Dunque, penso che questo dibattito istituzionale così sereno sia una conquista per chi come noi, a volte, è stato criticato proprio per aver condotto la sua azione politica nella rivendicazione continua, a volte ossessiva, di un clima che doveva cambiare.

Presidente, ho detto che è difficile dissentire dalle enunciazioni programmatiche. Le avevamo già sentite in campagna elettorale: però oggi il problema non è cosa fare, ma come fare le cose. Su questo aspettiamo il Governo senza pregiudizi: dai rifiuti di Napoli all’Alitalia, alla sicurezza. Noi condividiamo l’idea che la sicurezza sia una emergenza nazionale. Vi dico – da ex Presidente della Camera – pensateci bene se emanare un decreto-legge o presentare un disegno di legge perché l’opposizione, tutta l’opposizione, se facesse ostruzionismo sul tema della sicurezza dimostrerebbe una totale irresponsabilità e non c’è il clima dell’irresponsabilità grazie al cielo. Pensateci bene a questo aspetto. Ho sentito parlare di deportazione di rom, di espulsione di migliaia di cittadini comunitari, del reato di immigrazione clandestina, di trasformazione dei CPT in luoghi di detenzione, di sospensione di Schengen. Ha detto bene Tabacci quando ha chiesto il collegamento anche con provvedimenti duri contro il lavoro nero e lo sfruttamento di uomini e donne che, se sono in una condizione di bisogno, non possono essere sfruttati da noi. Uno Stato non può essere forte con i deboli e debole con i forti: dobbiamo prendere provvedimenti seri contro il lavoro nero.

Una questione che lei ha sollevato per me è sacrosanta: la questione demografica. È una grande questione civile, a cui una classe dirigente che guardi al futuro non può dichiararsi – diciamo così – indifferente. Ma qui le chiacchiere stanno a zero, come si diceva, e voi avete proposto (lo avete fatto voi, non noi che con la Santolini avevamo presentato altre proposte, ma vanno bene anche queste) il quoziente familiare. Dalla prossima finanziaria dire sì ad un grande evento demografico nuovo significa accettare l’idea di un quoziente familiare. Il «bonus bebè» è un palliativo. Se c’è il quoziente familiare si può anche rinunciare al «bonus bebè». Il quoziente familiare è la grande trasformazione a favore della famiglia italiana che non ce la fa ad arrivare a fine mese e tutti coloro che mi ascoltano alla televisione lo sanno.

Mi riferisco inoltre alle liberalizzazioni e al nucleare. Ministro Scajola lei ha parlato del nucleare: benissimo, ma non facciamo le centrali in Albania, facciamole in Italia. Per quanto riguarda i rigassificatori dico basta alla politica dei «no». Per quanto riguarda le liberalizzazioni lei, Presidente Berlusconi, ha detto una piccolissima – mi consente – bugia in campagna elettorale dicendo che noi le avevamo impedito di realizzarle. Va bene, non parliamo più del passato, diciamo che gliele abbiamo impedite ma oggi non siamo al Governo, quindi fate le liberalizzazioni!Fatele a partire dai servizi pubblici locali, fatele a partire da quel disegno di legge dell’onorevole Lanzillotta, sacrosanto, che fu bloccato in Parlamento per i veti di Rifondazione Comunista e della sinistra estrema.. La liberalizzazione dei servizi pubblici locali è la grande questione, perché in Italia abbiamo le tariffe di gas, acqua e luce più alte d’Europa in quanto abbiamo un monopolio nei servizi pubblici locali. Ciò richiede una grande trasformazione mentale degli enti locali, dei comuni e delle province, degli amministratori che si gestiscono le loro rendite di posizione su tante piccole IRI che hanno costruito in sede locale.

Economia: detassazione degli straordinari e abolizione dell’ICI. Ho una preoccupazione: lo dico sinceramente. Partire dalla riduzione delle entrate e non dalla riduzione della spesa non è un bel segnale. È giusto abolire l’ICI ma senza il reperimento preventivo di nuove risorse, significa obbligare i comuni ad aumentare la tassazione locale o a chiedere nuove risorse allo Stato centrale. Abolire le province o il CNEL, forse, sarebbe stato, a mio parere, un segnale iniziale molto forte.

Il Ministro Sacconi ha detto una cosa che vorrei riprendere anche qui con grande serenità. Lui dice: «Non mettiamo mano alla riforma dello scalone». Lei l’ha ripetuto questa mattina. Secondo me fate bene, perché è ora di finirla che in ogni legislatura si smantelli per prima cosa quello che si è fatto nella legislatura precedente. Però stiamo attenti. Ripeto, stiamo attenti. Sappiamo tutti che il sistema pensionistico, così com’è, non regge e sappiamo tutti che se vogliamo fare le grandi riforme dobbiamo incidere sui centri di spesa, perché l’Europa su questo è un elemento virtuoso e ci incalza giornalmente. Se non incidiamo sui grandi centri di spesa – e questo è uno dei grandi centri di spesa – rischiamo di fare delle piccole riforme, di inseguire delle grandi aspettative con dei piccoli strumenti che alla lunga dimostreranno tutta la loro inefficacia.

La nostra sarà una opposizione repubblicana. Cosa significa? Saremo leali verso la Repubblica e saremo impegnati a valutare il Governo solo sulla base dei contenuti.

Signor Presidente, il destino e gli italiani le hanno dato più potere di quanto abbia mai avuto alcuno dei suoi predecessori. Nemmeno De Gasperi, in Italia, ha avuto il potere che lei ha. Ne faccia buon uso.

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Tra meno di una settimana, dopo l’ultima occasione di svago estivo rappresentato dal Palio delle Quadre, anche a Chiari riapriranno le Scuole; il via, come per buona parte delle regioni del nord, è stato infatti fissato per lunedì 10 settembre.
Si stima che tra alunni, presidi, insegnanti e personale ATA (Amministrativo, Tecnico, Ausiliario), il popolo della scuola italiana sia composto da circa 9 milioni di persone: in molti guardano quindi a questo appuntamento con curiosità, entusiasmo e talvolta un pizzico di apprensione.
L’inizio delle lezioni non rappresenta un evento importante solamente per gli addetti ai lavori: a ben pensarci il suono della campanella detta il ritmo delle giornate di molte famiglie che devono organizzare trasporti, pasti e mille altre incombenze quotidiane; senza considerare il salasso che molto probabilmente hanno rappresentato libri, abbonamenti e tasse.
I problemi della scuola intrecciano quindi in maniera strettissima quelli delle famiglie: da un lato mille problemi pratici, dall’altro la necessità di un’offerta formativa all’altezza, di un aiuto alla formazione anche umana dei giovani, di un ambiente sereno.
La centralità della scuola nella società fa sì che essa abbia esigenze e problematiche sempre nuove man mano che la società evolve: la politica, sia a livello di amministrazioni locali sia a livello nazionale, deve farsi carico di questi temi con una sensibilità particolare che sia frutto prima di tutto dell’ascolto delle istanze provenienti dalle famiglie a proposito della scuola.
A Chiari, lo scorso anno scolastico si è concluso con il vivace dibattito sul tema dei nuovi “poli del sapere”, la loro necessità o meno e la loro eventuale collocazione: le assemblee pubbliche organizzate da UDC ed opposizione e in ultimo la crisi politica con le dimissioni dell’assessore UDC Oriana Marella e quelle poi ritirate del Sindaco Mazzatorta hanno mostrato se non altro che il tema della scuola è di grande interesse e meritevole di approfondimenti. L’UDC farà sicuramente del suo meglio per tradurre in pratica l’attitudine all’ascolto e al confronto che ci prefiggiamo come modus operandi politico.
Anche a livello nazionale non sono mancate le polemiche: il problema del bullismo, del difficile controllo dei ragazzi e della mancanza di rispetto per l’autorità, l’ennesimo aumento del prezzo dei libri, il discorso del Ministro Fioroni al Meeting di Rimini hanno tutti contribuito a mantenere alta l’attenzione sul tema scuola.
Un ultimo punto sul quale vale la pena soffermarsi è quello riportato oggi dal Giornale di Brescia: la nostra provincia è tra le prime quattro d’Italia per il numero di alunni stranieri; su un totale di 181.076 alunni che frequentano le scuole bresciane (144.032 nelle scuole statali, 32.500 nelle paritarie, 4544 nei Cfp) ben 20mila sono stranieri (17.100 nelle statali, 2100 nella paritarie, 800 nei Cfp).
Gli alunni stranieri rappresentano quindi l’11% dei totale e sono in prevalenza concentrati nelle scuole dell’infanzia e primarie (materne ed elementari); Si parla addirittura di scuole in cui la percentuale di stranieri arriva al 71%.
Di fronte a questi numeri è facile rendersi conto di quali siano i problemi che gli insegnanti sono chiamati ad affrontare: si deve dar loro atto che talvolta riescono a fare l’impossibile andando oltre lo stretto dovere professionale, sopperendo con la propria dedizione e passione anche alle mancanze della politica.
La questione dell’inserimento degli alunni stranieri e al contempo la necessità di permettere lo svolgimento per tutti dei programmi riveste un’importanza notevole; garantire l’integrazione nella scuola significa garantire l’integrazione nel tessuto sociale: la risposta non può e non deve essere la ghettizzazione.
Non resta che augurare a tutti buon lavoro e un anno scolastico ricco di serenità e soddisfazioni.

Stefano Riccardi